Nauczycielka czyta książkę grupie małych dzieci siedzących na podłodze w sali przedszkolnej

Il plurilinguismo nei bambini piccoli — perché conviene iniziare il prima possibile

«Mio figlio non si confonderà con tre lingue?» — è una domanda che sentiamo molto spesso dai genitori. E la capiamo benissimo, perché fino a poco tempo fa era diffusa la convinzione che il contatto con più lingue contemporaneamente potesse danneggiare il bambino. La scienza di oggi, però, dice tutt’altro — e vale la pena conoscere queste scoperte, perché possono cambiare la prospettiva di molti genitori.

Il cervello del bambino è fatto per il plurilinguismo

Le ricerche sullo sviluppo del linguaggio mostrano che i bambini piccoli sono eccezionalmente predisposti ad acquisire più di una lingua (Byers-Heinlein e Lew-Williams, 2013). I neonati sanno distinguere i suoni di tutte le lingue del mondo: questa capacità si restringe gradualmente intorno ai 10–12 mesi, quando il cervello inizia a specializzarsi nei suoni che sente più spesso (Kuhl, 2004). Un contatto precoce e regolare con una lingua permette al bambino di conoscerla in modo naturale, nelle situazioni di ogni giorno.

Inoltre, i bambini bilingui e plurilingui sviluppano un migliore cosiddetto controllo esecutivo: la capacità di spostare l’attenzione, inibire gli impulsi e pensare in modo flessibile. Questo perché il loro cervello si allena continuamente a «gestire» più sistemi linguistici. La rassegna di Bialystok, Craik e Luk (2012) descrive questi benefici nelle diverse fasi della vita, oltre a dati che suggeriscono che il bilinguismo possa associarsi a una comparsa più tardiva dei sintomi della demenza. Una parte di questi risultati è ancora oggetto di dibattito scientifico, perciò per noi il beneficio più importante resta semplicemente la capacità di comunicare liberamente in più lingue.

Immersione naturale invece di lezioni artificiali

La domanda chiave non è «insegnare le lingue al bambino?», ma «come farlo?». All’Accademia dei Piccoli abbiamo scelto la strada dell’immersione, cioè un’esposizione naturale alla lingua. I nostri bambini non imparano l’inglese o l’italiano con lezioni scolastiche: vivono in queste lingue ogni giorno. L’inglese è insegnato dalla nostra insegnante di inglese, che ha vissuto per diversi anni in paesi anglofoni: semplicemente parla con i bambini, canta canzoni, legge libri e propone giochi. L’italiano è presente durante tutta la giornata: ai pasti, nel gioco, nelle canzoni e nelle tradizioni italiane. La lingua diventa uno strumento di comunicazione, non una materia scolastica.

È una differenza enorme. Quando un bambino di tre anni sente l’insegnante dire «andiamo a giocare nel giardino» e vede che tutti escono in giardino, capisce, perché il contesto suggerisce il significato. Non ha bisogno di traduzioni. Il suo cervello costruisce collegamenti tra parole ed esperienze, esattamente come quando imparava la prima lingua. I linguisti chiamano questo processo «acquisizione», in contrapposizione all’«apprendimento» (Krashen, 1982), ed è proprio su questo che basiamo il lavoro con le lingue nella nostra scuola.

Il periodo silenzioso — non abbiate paura

Una delle maggiori fonti di preoccupazione per i genitori è il cosiddetto «periodo silenzioso». Un bambino che inizia ad abituarsi a una nuova lingua può non parlarla per un po’, anche se chiaramente la capisce. È un fenomeno naturale e ben descritto in letteratura: la ricercatrice Patton Tabors lo chiama periodo non verbale (Tabors, 2008). Il cervello ha bisogno di tempo per elaborare e organizzare il nuovo materiale linguistico. Quando il bambino finalmente inizia a parlare, spesso sorprende gli adulti con quanto sa già.

Di solito succede così: per alcune settimane il bambino ascolta con attenzione le canzoni italiane e poi inizia a canticchiarle; non risponde alle domande in inglese finché un giorno chiede da solo il bis in inglese. Sono momenti magici, che confermano che la pazienza ripaga. Il nostro compito di educatori è accompagnare con pazienza il bambino in questo processo, senza pressioni e senza giudizi.

Mescolare le lingue non è un errore

Un altro mito da sfatare: mescolare le lingue nella stessa frase non è segno di confusione o di ritardo. I ricercatori lo chiamano commutazione di codice (in inglese code-switching) e lo considerano un fenomeno tipico nello sviluppo dei bambini bilingui (Byers-Heinlein e Lew-Williams, 2013). Un bambino che dice, per esempio, «Mamo, daj mi il pennarello rosso» non è confuso: usa semplicemente la parola che in quel momento gli viene in mente per prima, indipendentemente dalla lingua. Con il tempo i sistemi linguistici si separano sempre meglio e il bambino inizia a scegliere consapevolmente la lingua in base all’interlocutore.

Una terza lingua — non è troppo?

All’Accademia dei Piccoli i bambini sono a contatto con tre lingue: polacco, italiano e inglese. Non è troppo? La ricerca non indica che il contatto con più lingue danneggi lo sviluppo del bambino (Byers-Heinlein e Lew-Williams, 2013), e in molti luoghi del mondo — per esempio in Lussemburgo — i bambini crescono fin da piccoli circondati da tre lingue. La chiave è la qualità del contatto con la lingua: un contatto regolare, quotidiano e naturale con adulti che la usano bene.

I nostri bambini non sono sovraccarichi: fioriscono. Passano da una lingua all’altra con una leggerezza che stupisce gli adulti. E soprattutto lo fanno con gioia, perché le lingue non sono per loro un dovere, ma parte di una vita quotidiana piena di gioco, musica e amicizia. Nel corso di una giornata, i bambini del gruppo dei più grandi parlano in polacco con i compagni, cantano in italiano con le insegnanti di italiano e giocano in inglese con l’insegnante di inglese.

Un dono per la vita

Il plurilinguismo è uno dei doni più preziosi che possiamo fare a un bambino. Apre le porte ad altre culture, rafforza l’empatia, sviluppa la flessibilità mentale e offre un vantaggio che dura tutta la vita: a scuola, all’università, al lavoro e nei rapporti con persone di tutto il mondo. E la cosa più bella è che a due, tre o quattro anni acquisire le lingue è per un bambino naturale come respirare. Basta creare le condizioni giuste, e all’Accademia dei Piccoli lo facciamo ogni giorno, con passione e gioia.

Come le lingue fanno parte della nostra giornata lo descriviamo nella pagina Programma. Le risposte alle domande sulle lingue sono anche nelle FAQ.

Fonti e letture di approfondimento

  • Byers-Heinlein K., Lew-Williams C., «Bilingualism in the Early Years: What the Science Says», LEARNing Landscapes, 2013, 7(1), pp. 95–112. — bilinguismo precoce, mescolanza delle lingue, nessun danno dal plurilinguismo.
  • Kuhl P.K., «Early language acquisition: cracking the speech code», Nature Reviews Neuroscience, 2004, 5, pp. 831–843. — come i neonati distinguono i suoni del linguaggio.
  • Bialystok E., Craik F.I.M., Luk G., «Bilingualism: consequences for mind and brain», Trends in Cognitive Sciences, 2012, 16(4), pp. 240–250. — controllo esecutivo e bilinguismo nell’arco della vita.
  • Krashen S.D., Principles and Practice in Second Language Acquisition, Pergamon Press, 1982. — distinzione tra acquisizione e apprendimento.
  • Tabors P.O., One Child, Two Languages: A Guide for Early Childhood Educators of Children Learning English as a Second Language, 2ª ed., Paul H. Brookes, 2008. — il periodo non verbale («silenzioso»).
Katarzyna Jaszczuk – Direttrice metodologica, Accademia dei Piccoli

L’autrice

Katarzyna Jaszczuk

Direttrice metodologica della scuola dell’infanzia Accademia dei Piccoli a Kabaty. È responsabile del programma educativo ispirato all’approccio Reggio Emilia, della documentazione pedagogica e del sostegno alle insegnanti nel lavoro quotidiano con i bambini. Conosci il nostro team

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